Presto sui vostri monitor.
Postato da Volf alle ore 10:47 | commenti (15) | commenti (15) (Pop Up)
Permalink | Argomenti correlati:
Ora procederò con un post il cui interesse per chi legge è matematicamente prossimo allo 0. Nonostante ciò, proseguirò imperterrito nell'impresa.
Ecco, il ricordo delle scuole elementari è legato, volendo fare un ripristino di configurazione del sistema agli anni compresi tra il 1981 e il 1986, più a sensazioni, profumi ed emozioni che a vere e proprie nozioni... un po' come per gli animali.
Questo potrà anche apparire poetico a qualcuno ma, al di là dei risvolti pedagogicamente tragici che una tipologia di scuola che si regge su simili basi può avere per la formazione di un bambino, è anche maledettamente vero.
Certo verrà difficile avere un'idea chiara di cosa sia stato, specialmente per chi ha avuto la fortuna di frequentare scuole seriamente intese in città o paesi nella media. Qui, luogo a metà tra centro residenziale de noantri e la campagna, sede staccata di qualsiasi cosa, le cose andavano un po' come nella scuola che potete vedere in telefilm tipo “La casa nella prateria” (telefilm che ho sempre detestato dal profondo).
In regime di semi-libertà venivano mandati qui al confino come munizioni scadute cicli e cicli di insegnanti che altro non erano se non supplenti, di passaggio durante la migrazione verso mete più interessanti. In alcuni casi, veri casi umani.
Ricordo i compiti a casa, che facevo sempre senza lamentarmi, molto vagamente le lezioni (chissà che diavolo facevamo davvero in 5 ore quotidiane), ricordo il periodo dei turni di mattina e quelli di pomeriggio, perché eravamo troppi.
Ricordo i primi giorni di scuola ad imparare a scrivere l'alfabeto che già sapevo scrivere, con strumenti che forse non venivano usati nemmeno negli anni '60. Ricordo lo scheletro Giacomino, messo li per insegnarci a memoria tutte le ossa del corpo umano e da noi continuamente umiliato e vestito da idiota. Così come ricordo “l'uomo a metà”, con gli organi esposti ed estraibili, uno strano deposito all'ingresso di quello che un tempo era il piano di sopra di un fienile in cui c'erano ossa di animali, minerali vari, forme solide per la geometria e mappamondi di vario tipo, compresi quelli delle costellazioni. Ricordo lo stanzino dei bagni, in cui sarò andato forse 5 volte in 5 anni.
Ricordo le aule sproporzionatamente grandi, con soffitti altissimi e le finestre anche loro enormi, con sotto i termosifoni vecchi ma funzionanti ed il pavimento pianellato e mezzo sbiadito. Ricordo i dettati, noiosi e lunghi, i problemi che raramente riuscivo a risolvere, il libro di letture e il sussidiario inutile, e i dispetti dei maschi contro le femmine e viceversa. Ricordo i bambini che avevano qualche difficoltà, così come quelli che ebbero i pidocchi. Ricordo anche i tentativi di insegnarci a memoria lunghi elenchi di confini, fiumi, montagne, imparati e prontamente dimenticati anni dopo per fare spazio a nozioni ben meno utili, così come le tabelline, segretamente mai imparate del tutto tanto che ancora riservo dei dubbi su un paio di combinazioni, e le mitiche poesie. Ricordo il rientro da scuola a casa a piedi, in mezzo ad alcuni terreni incolti ancora non costruiti e a qualche casa in costruzione, in autunno e in primavera, con le formiche alate che ti si posavano addosso o le zanzare, con i profumi di erba umida o delle lumache appena uscite, dei muschi e dei funghi, o la brina sulle foglie verde scuro.
Ricordo l'odore dei primi fumi dai caminetti, delle crostate che avevano un altro sapore quando tornavo a casa, delle castagne arrosto o dei grissini fatti a mano e insemolati che mia madre portava da un altro paese.
Ricordo quando una volta un elicottero bianco atterrò chissà perché nel cortile fuori dalla scuola durante una settimana qualsiasi e ci fecero uscire tutti senza problemi per vederlo da vicino, correre, giocare e parlare con i piloti. Così ricordo anche quando una compagna di classe, mentre nel cortile giocava sul “batticulo”, perse l'equilibrio e batté gli incisivi sul tubo di ferro, lussandosi un dente. Ricordo le bombette fatte scoppiare dentro i formicai, lo scivolo e le lotte per la leadership tra i bambini. Così ricordo anche il fastidio quando una maestra mi tirò ingiustamente per l'orecchio per rimproverarmi di cose che non avevo fatto e quando, per la prima volta nella mia vita, vidi un po' di neve, caduta per errore anche qui in basso, il tanto che bastò per mettere i guanti pesanti, gli stivali rossi e lanciare una o due palle di neve come vedevamo nei cartoni animati e cadere, poi, dentro una pozzanghera bella ghiacciata e fangosa inzuppandomi completamente i pantaloni della tuta di tessuto pungente e perfino le mutande.
Ricordo l'inutile esame di quinta elementare, per il quale volli preparare il minimo indispensabile (e feci bene), e mi scelsi dunque una poesia mai vista perché molto breve e perché parlava di un grillo in romanesco.
Bene, che ci crediate o meno ora mi sono parecchio commosso, perciò finiamola qui (si, anche gli assemblati hanno un cuore).
Ecco, a simbolo di quegli anni un po' strani, la famosa poesia.
Er grillo zoppo
(Trilussa)
Ormai me reggo su ‘na cianca sola.
- diceva un Grillo – Quella che me manca
m’arimase attaccata a la cappiola.
Quanno m’accorsi d’esse priggioniero
col laccio ar piede, in mano a un regazzino,
nun c’ebbi che un pensiero:
de rivolà in giardino.
Er dolore fu granne… ma la stilla
de sangue che sortì da la ferita
brillò ner sole come una favilla.
E forse un giorno Iddio benedirà
ogni goccia de sangue ch’è servita
pe’ scrive la parola Libbertà!
Volfenstein
terminato ore 19,50
Postato da Volf alle ore 01:25 | commenti (28) | commenti (28) (Pop Up)
Permalink | Argomenti correlati:



















