mercoledì, 07 maggio 2008



Primo Libro Tanto per cambiare dal solito, fare un po’ di  (orgogliosa)  promozione e rilanciare alcune tematiche che reputo sempre importanti da tenere a mente, propongo un resoconto di un libro a cui tengo particolarmente.
Ci tengo sia perché si tratta del primo libro scritto e pubblicato dalla mia dolce metà, e scusate se è poco, sia perché buona parte delle vicende narrate si possono riallacciare al discorso cui mi sono interessato verso la conclusione del mio percorso universitario, ossia quello delle relazioni interetniche, il pregiudizio e la convivenza.
Il campo di applicazione di chi l’ha scritto non è lo stesso del sottoscritto, ciononostante molti elementi ancora utili e attuali sono ben evidenziati e permettono di capire, attraverso un percorso che parte dalle origini della schiavitù africana in America fino ai tempi più recenti, le difficoltà e gli ostacoli che possono verificarsi quando delle persone cercano di recuperare la dimensione umana e la parità con gli altri gruppi che condividono la stessa terra.
È vero che ci sono molte sfumature che cambiano da un posto all’altro, e da una cultura all’altra, e che le complesse dinamiche tra gruppi etnici risentono dell’influenza di tempi, luoghi, e tradizioni differenti (ad es. tra Europa e Nuovo Mondo, tra Italia e Inghilterra, tra Nord e Sud, tra città e città etc.), ma gli esempi e le testimonianze, date da una realtà e da una situazione storicamente e culturalmente differente, possono comunque fornire a tutti degli spunti preziosi.
Questi spunti ci permettono di costruire un più ampio patrimonio di problematiche e di soluzioni, di difficoltà e di tentativi di conciliazione, di condizioni legate alla convivenza e alla reazione, alle ingiustizie e alla discriminazione.
Oggi le società pluriculturali partono da situazioni in parte molto differenti, ma ritengo che alcuni elementi e bisogni, a livello umano, si possano ritrovare e possano riemergere quasi ovunque, perciò anche quando non abbiamo a che fare con gruppi etnici che sono in un territorio perché costretti o perché i loro avi erano destinati a fare da schiavi per i nostri, possiamo ugualmente scontrarci con la mentalità che individua un’etnia migliore e una peggiore, un gruppo di persone che hanno diritti e un altro che ne ha di meno, e via dicendo.
Credo che il libro fornisca anche un utile esempio per l’impegno e il ruolo sociale e civile di un popolo, utile per cittadini che si sono dimenticati come si può fare a reagire alle cose che non vanno e come ridefinire i confini dei diritti e dei doveri nella propria società.
Dato che, mi pare, oggi ci si accontenti parecchio di delegare ad altri anche il nostro impegno e riporre, per tanti motivi, le energie per l’insoddisfazione, lo sdegno e il dissenso nelle lamentele da riproporre a parole ad ogni occasione di chiacchiera, lasciandole li a morire, penso che le testimonianze ripercorse nell’opera costituiscano un interessante spunto di riflessione su cosa, volendo, si potrebbe fare anche se non si fa.
Dicevo del libro, ebbene si legge piacevolmente e scorre senza problemi fornendo, al contempo, indicazioni precise, riferimenti a documenti e fatti che hanno fatto la storia di un popolo e di una nazione.
La strada per la conquista di una dignità, oltre che dei diritti civili, da parte del vasto gruppo dei discendenti degli schiavi africani trasportati in America è stata lunga e, in questo libro, si mette in luce il ruolo di numerose donne afroamericane che hanno costruito questo percorso fino ai giorni nostri.
Gli esempi di donne impegnate nella lunga lotta per i diritti civili (e non solo) sono numerosi, tutti illustrati in maniera esaustiva e dettagliata: Rosa Parks, Septima Clark, Fannie Lou Hamer, solo per citarne alcune.
Il tutto è contestualizzato, fase per fase, anche da un punto di vista socio-economico e politico.
L’ottica “di genere” ci da’ un’ulteriore chiave di lettura e introduce dei fattori aggiuntivi alle difficoltà puramente etno-culturali.
La mentalità da superare e da ridefinire non è soltanto quella che sostiene le differenze tra un gruppo (dominante) e un altro (svantaggiato), ma anche quella che storicamente discrimina le donne dagli uomini. È un elemento che separa ulteriormente, all’interno di una situazione che è già di separazione, e dunque crea fratture che aumentano la difficoltà di far fronte comune per un obiettivo.
Se da una parte tutti hanno sentito parlare di Martin Luther King Jr. e si rifanno a questo nome quando si parla di lotta per i diritti civili e contro la segregazione razziale, molti ignorano gli altri contributi a quel processo, contributi che si rivelano fondamentali nel percorso storico e culturale.
E allora ecco ciò che accomuna discriminati e discriminanti, ossia il tradizionale ruolo marginale da assegnare alle donne.
Ad ogni modo, nonostante le difficoltà e le resistenze interne ai gruppi sociali coinvolti, è una cosa notevole che, partendo da una condizione di popolo considerato poco più che una proprietà o uno strumento di lavoro, una minoranza etnica svantaggiata sia riuscita a guadagnare visibilità e a costruire una nuova condizione sociale via via più equa e accettabile.
Per ora mi fermo qui, più avanti sarà il tempo del secondo, e recente, libro.


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sabato, 19 aprile 2008

  Lastre


 

Cosa c'è di peggio di un idiota che non ha mai letto un libro?

Un idiota che ne legge tanti.



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giovedì, 10 aprile 2008



Nell'ottica del risparmio energetico e del revival, mi autoriciclo ripescando questo pezzo, dopo una leggera revisione e qualche aggiunta.
 
 
Kyashan (o "Shinzo ningen Cashern", cioè  Cashern, l'uomo dal nuovo corpo, 1973) è un anime un pò datato ma dai contenuti molto interessanti.
In un futuro non molto lontano dal periodo attuale, per una delle poche volte non post-atomico, l’umanità è ridotta a resistere al suo lento ma progressivo sterminio ad opera della tecnologia evoluta resa ormai indipendente e intellettualmente autonoma (o quasi).
Nessuna scena alla Matrix o stile 5° Elemento, la gente viveva ancora in case e in città normali prima dell'inizio della fine.
Chi conduce questa “campagna” così ben mirata è un condottiero, non uno qualunque, un androide di nome Braiking, nella traduzione inglese Black King (Re Nero..... ma non l’enorme cavallo di Roul di Hokutiana memoria ossia "Kokuoh-Go") o Re Oscuro. 

C'è un vero e proprio richiamo ad immagini e simbologie note, quelle del Nazismo hitleriano, dove Braiking (si dovrebbe scrivere Breiking a questo punto) riveste il ruolo di un Adolf sintetico, ma molto meno codardo e defilato e molto probabilmente assai più lucido e logico di quello ormai, e per fortuna, defunto..... Ci si rifà così tanto a tale triste frangente storico che non soltanto lo stile estetico ricorda divise, simboli e quant’altro, seppure impersonato da androidi e robottoni, ma specialmente la struttura gerarchica, la gestualità, i riti e il cinismo automatizzato, la marzialità e, per concludere, il saluto al “capo assoluto” ne riprendono la tipicità: tutti i sottoposti ripetono, con assurdità meccanica, lo stesso saluto che fu anche grido di battaglia e di cieca obbedienza “Heil Breiking” con tanto di braccio destro teso verso l’alto.... niente di nuovo dunque, almeno da questo punto di vista.
Anche le situazioni narrate, molto spesso riproducono il senso di ansia, di frustrazione e di orrore che doveva essere una costante tra i civili assediati dal fanatismo nazista.
In questo anime tutta l’umanità, in maniera globale, è nella condizione di moderni ebrei, coloro i quali devono pagare ed essere annientati per risolvere i problemi del mondo.
Ma qual è l’origine di tanto cyberodio nei confronti dell’uomo?
Breiking non è altro che l’evoluzione del programma BK1, sviluppato da alcuni scienziati guidati dal professor Azuma e impegnati in un ruolo e in un compito forse troppo complesso per trovare facili vie risolutive: il pianeta, proprio a causa dell’umanità, è ormai in serio pericolo di crollo ecologico; oltre a ciò l’uomo ha abbondantemente dato dimostrazione di essere capace non soltanto di distruggere l’ambiente in cui vive (cosa alquanto autolesiva), ma di essere anche inadatto a salvaguardare la propria razza, visti i continui conflitti e le sperequazioni.
Il programma BK1, inizialmente, aveva il compito di trovare una soluzione, la migliore, a tanta prossima ed irreversibile distruzione.
L’unico responso, dopo anni di elaborazioni, risultò la cancellazione del vero responsabile di tutto, proprio l’uomo, e il ripristino delle condizioni ambientali naturali precedenti alle devastazioni umane (un'ambientalismo particolarmente spinto): ciò farà bene all’uomo, privato della responsabilità di perpetrare metodi che lo danneggiano e che ne causano l'infelicità, e al pianeta, finalmente liberato dal suo carnefice.
Il programma BK1 ebbe poi un'evoluzione autonoma nell' “Androide BK1”, riuscendo a guadagnare autonomia sia di movimento che di pensiero. In seguito, tutto ciò divenne Breiking, ormai completamente autonomo e fedele (alla lettera) alle sue direttive primarie.
Molti esseri umani vengono così schiavizzati e costretti a lavorare per produrre i mezzi finalizzati al loro stesso sterminio.
Non dobbiamo immaginare, però, un’umanità completamente e costantemente sopraffatta e in fuga.
Proprio come accadde nell’impresa esagerata del reik tedesco, molte azioni offensive non portavano sempre alla vittoria delle truppe robotiche e gli obiettivi spesso risultavano al di là delle possibilità materiali di Breiking e dei suoi sottoposti.... insomma non sempre tutto fila liscio e, ad un certo punto, diventa evidente l’impossibilità di concludere efficacemente il progetto con una soluzione finale.
Tale programma avrebbe previsto la sostituzione dell’uomo con macchine in grado di curare l’ambiente, flora e fauna, e la conservazione di una ridottissima percentuale di esseri umani tenuti “in cattività” e sotto stretto controllo al fine di insegnare loro (magari con la forza) come comportarsi.
In tutto ciò ovviamente si inserisce l’eroe, ovvero Kyashan, ragazzo figlio dell’ideatore del progetto BK1. Kyashan è ormai un qualcosa di nuovo, non più un ragazzo nè un androide... E' difatti un ibrido, derivato dal sacrificio di Tetsuya che, motivato dal desiderio di bloccare il potere del Re Nero, sacrifica la propria umanità sperimentando l’ultimo progetto lasciato incompiuto dal padre e diventando, così, l’unico mezzo per porre fine alla tirannia meccanica (utilizzando il sole come fonte energetica "pulita").
E’ una lotta difficile, fatta di rappresaglie e di cinismo, di violenze, di eroismi e sacrifici, non ultimo la rinuncia da parte del protagonista al proprio stato umano e alla dimensione emotiva, dalla iniziale e comprensibile confusione all’allontanamento della donna amata e, in conclusione, la perdita della propria esistenza terrena.
Tetsuya era certamente molto combattuto e, a quanto sembra dalla visione dell'opera, anche comprensibilmente tormentato e continuamente sull'orlo di un crollo psicologico.
Lo sostengono le finalità del suo sacrificio, la liberazione dell'umanità e la reazione alle violenze, i ricordi di un amore felice, la compagnia del suo cane meccanico e i saltuari consigli della madre Midori, la cui memoria e personalità era stata riversata all'interno di un cigno robotico che faceva da spia infiltrata tra le fila della dittatura di BK1 (una delle trovate forse più "stravaganti" dell'opera).
La causa di ciò, ossia della costante sofferenza personale, è probabilmente dovuta al fatto di avere ancora una mente umana (oltretutto quella di un ragazzo) ma, drammaticamente, un corpo non più del tutto umano.
Credo che uno dei significati traibili da questo contesto fosse che, come succede anche nella realtà alle persone normali, l'Eroe tentasse di trovare delle giustificazioni o di crearsi delle spiegazioni e una visione del mondo che allentasse in qualche modo la sofferenza di non avere più un'esistenza del tutto umana, con esisti a volte molto bruschi e controproducenti.
Quando, ad esempio, si teneva lontano dall'ex-ragazza Luna e diceva di non poter amare, da un lato il motivo è che non poteva farlo realmente ("materialmente", da quello che si può capire dall'anime) e, dall'altro, non voleva illudersi eccessivamente di poter riavere una vita normale.
A tutto ciò si aggiunge anche il fatto che, quando la sua natura di mezzo-androide si diffonde tra gli umani, Tetsuya si ritrova a dover sopportare anche il disprezzo delle le persone che continuava a difendere.
Infine, credo fosse destinato a non durare in eterno e a consumarsi nel portare a termine la sua missione.
Se avesse pensato costantemente al fatto che, una volta finito tutto, non avrebbe potuto sposarsi e metter su famiglia, avere dei figli o invecchiare, farsi il bagno al mare in costume o altre cosette del genere, non credo ne avrebbe tratto una qualche utilità... probabilmente sarebbe caduto in una depressione talmente profonda che non si sarebbe più mosso.
E allora addio "salvatore del mondo"!
E' nel complesso un'opera molto interessante, sia come rivisitazione che come contenuti, nonché come caratterizzazione dei personaggi, per la logica e le riflessioni di ognuno di essi, compresi quelli non umani.
E dire che alcuni ancora sono pienamente convinti che dietro ogni singolo anime o cartone animato o fumetto si celi puro svago o qualsiasi vuotezza priva di scopo, pura violenza gratuita ad esempio. In qualche caso è verissimo ma, in altri, niente è più falso.
Note:
1) dati sulla serie: Registi "Noriaki Yuasa" e il famoso "Yoshiyuki Tomino"; Designers "Tatsuo Yoshida" e "Yoshitaka Amano"; Autori "Tatsuo Yoshida", "Hiroshi Sasagawa", "Akiyoshi Sakai" e "Naoko Miyake".
2) è possibile rivedere una sintesi compatta della serie nel film di animazione del 1993 dal titolo "Kyashan - Il mito".
3) nel 2004 è uscita la trasposizione cinematografica dell'anime, con il titolo "Kyashan - la rinascita", regia diKazuaki Kiriya, ma si tratta più che altro di una rivisitazione non fedelissima alla serie di animazione.


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mercoledì, 26 marzo 2008



Ovvero anche: il perché delle cose 2.0
 
contrasta gli eventi... se ci riesci L’ennesimo esame fallimentare dei numeri usciti al superenalotto mi ha fornito quel giusto fastidio aggiuntivo, a volte noto anche come ispirazione, per ritirare fuori un argomento ormai liso.
 Ora dico, è possibile che possa ritenersi casuale la continua uscita di numeri adiacenti a quelli che gioco? Sono sicuro che se li cambiassi ne uscirebbero altri esattamente vicini. 
 È una costante: se, per dire, giocassi il 10 per 3 volte di seguito sono certo che uscirebbero l’11, il 9 e anche, per via eccezionale, il 9,5. Di fatto accade molto spesso così, cioè di una serie di numeri (sono 6) ne escono parecchi distanti un’unità da quelli giocati.
 Per non parlare di quanto siano poco ben distribuite le uscite, dato che molto spesso vedi uscire serie tipo 6,7,9, o 75,77,78 e via così…
Ok, va bene la casualità, ma così sembra proprio che qualcuno si metta d’impegno per insinuare il sospetto di un complotto cosmico.
 Certo sui grandi numeri il discorso non ha senso, voglio dire è tipico dell’uomo credere di essere l’unico parametro o punto di riferimento di fatti che in realtà coinvolgono anche altre migliaia di persone, e ognuna di loro in modo differente (altrimenti non vincerebbe mai nessuno): quello che mi ingenera odio generalizzato contro tutto è che sembra non esserci quella normale rotazione che la casualità dovrebbe includere.
 Però è casuale, che cacchio ci volete fare? Mica si può dare un senso o un ordine a ciò che è casuale… non lo sarebbe più.
 Va bene, mi dico, ma perché le cose devono essere per forza così “casualmente” fastidiose quando io voglio entrare in un sistema? Sia il gioco che qualsiasi altra cosa mi possa venire in mente, funziona così.
 Forse, penso, potei fingere disinteresse per la cosa, che ne so, magari parlare con qualche altra persona con insistenza e con fare ipnotico, fino a convincerla che sarebbe una cosa buona giocare al mio posto e poi farmi avere il ricavato della vincita… proprio come se io fossi del tutto estraneo all’impresa.
 Potrei mettermi dei baffi finti quando vado a giocare i numeri, oppure utilizzare una marionetta doppiandone la voce in falsetto…
 Non so, ho come l’impressione che non sarebbe così facile tentare di fregare la beffa karmika.
Beh comunque sia, la casualità è reale, solo che è difficile da comprendere o da accettare.
 È ancora più difficile se per forza diamo un senso a tutto ciò che ci riguarda, per il fastidio di non poterne effettivamente trovare uno che sia ogni volta adeguato e soddisfacente.
 Ad ogni buon conto io non mi rassegno così facilmente alla razionalità, specialmente quando c’è di mezzo una buona causa (ossia i miei, potenziali e futuri, rosei interessi), pertanto sperimenterò qualche altra tecnica per fregare questa sorta di sfiga mascherata da caso, ad esempio giocando un'altra serie di numeri adiacenti ai miei per vedere se poi escono altri numeri ancora una volta di fianco alle due serie giocate.
 Si, lo so, ho detto sfiga e dovrei rigettare ciò che ho scritto negando di esserne l’autore.
Penitentiagite!!
 Effettivamente, negli anni dell’università, manipoli di docenti inquisitori hanno provveduto a fare campagna di terrore per plasmare il nostro giudizio affinché le parole “caso” e “sfortuna” scomparissero dai nostri database, bandite con disonore, e venissero sostituite da altre formule più motivazionalmente accettabili, del tipo: “Insieme di fattori situazionali da elaborare per ottenere i risultati desiderati”, o “Variabili di contesto interferenti con i piani posti in essere e che richiedono un rapido riadattamento reattivo e positivo” e via dicendo.
In ogni caso era per loro fondamentale creare un terreno tale che tutti fossero in grado di convincersi, e di convincere gli altri, del fatto che non fosse tanto importante l’evento neutrale, “erroneamente interpretato” come negativo, ma la capacità di trovare in se stessi e nell’ambiente le risorse necessarie a prendere altre strade senza piangere sulla situazione.
 Ok, può anche andare in un certo senso, a volte può essere una considerazione utile… ma vallo a dire ai numeri estratti, cacchio! Quelli escono e punto, o ce li hai o non ce li hai.
 Comunque, sui colleghi più fondamentalisti la cosa prendeva piede in tempi molto brevi e si radicava come fosse da sempre parte del proprio pensiero, senza la possibilità di intaccare la formula con miscele di realtà avversa e inapplicabilità universale.
 Qualunque idea o metodo che si sottragga alla critica e all’adattabilità prende da subito una piega pericolosa e, ad ogni modo, preferisco ogni tanto pensare senza mettermi problemi di metodo che, tutto sommato, se dopo 40 anni che non esci di casa e vai in vacanza ti trovi con una bomba sotto il culo, o se mentre nuoti in piscina una bomba inesplosa della seconda guerra mondiale sepolta sotto la vasca casualmente salta in aria, o se sedendoti sulla tazza del water ti ritrovi con un ratto appeso ai testicoli… beh, vai a dire che quella non è sfiga.

Altro che rielaborare i fattori in gioco e usarli a proprio vantaggio.



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sabato, 15 marzo 2008



lettera Tempo fa ho letto un articolo secondo il quale, in base a recenti studi sul DNA della saliva ritrovata sotto i francobolli delle lettere che jack the ripper mandava alla polizia, l'assassino potrebbe essere una donna.
In realtà, rivedendo le razionalizzazioni conseguenti a questa scoperta, pare che il DNA fosse incerto, e quindi poteva essere femminile ma anche no.
Ma se anche fosse, si potrebbe solamente affermare che era una donna la persona che leccava i francobolli... il che non dimostra che fosse anche la stessa persona che andava ad uccidere la gente.
Al di là della corrispondenza o meno tra francobollatrice e assassino, questa versione va a soddisfare parzialmente un'ipotesi che mi è più volte venuta in mente, e cioè che ci dovesse essere un tocco femminile nella spinta folle a quel genere di delitti... che so, ad esempio un transessuale che si sentiva frustrato in quanto all'epoca non si poteva essere apertamente tali (e comunque, non si poteva aspirare ad un posto fisso in tv o in radio come Guru di costume e società), nè tantomeno operati per conversioni di sesso, oppure una donna tradita a più riprese o, e questa è la più verosimile, una congrega di esseri mutati abitanti del sottosuolo che non conoscevano altro modo di relazionarsi con le persone della superficie.
Altra opzione probabile è che dietro ai delitti non ci fosse una singola persona o necessariamente sempre lo stesso individuo, dal momento che modalità e caratteristiche dei delitti erano abbastanza note ai più.
Ma siccome io non sono nessuno per tornare su un caso per il quale sicuramente molte persone hanno impiegato tempo, ricerche, studi e analisi di qualsiasi tipo alla fine una mia considerazione non serve a nulla.
Jack the ripper rimarrà nel mio immaginario personale come una checca isterica particolarmente psicopatica e propensa alla violenza, ma insospettabile cittadino nella vita di tutti i giorni (oltre ad essere, probabilmente, un individuo con rudimenti di medicina).
Del resto le ipotesi sull'identità dell'assassino sono tutt'ora diverse, si va dal giovane artista figlio di artista, all'ebreo polacco probabilmente affetto da turbe psichiche etc., fino all'ipotesi di una commissione dei delitti partita dalla corona inglese per coprire un possibile scandalo.

Insomma, stai a vedere che alla fine sono stato io, senza neppure saperlo.



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lunedì, 18 febbraio 2008





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giovedì, 31 gennaio 2008



 Oggi, durante il pranzo inconsuetamente consumato in città anziché a casa, sentivo l'ennesimo discorso di un non emerito rappresentante della stirpe sarda ai suoi compari, malauguratamente presenti nello stesso posto e orario del sardonico loro amico (o conoscente).
Il tipo di discorso è così tipico e ricorrente, da queste parti, che da sempre l'idea di farne una questione con la quale ammorbare possibili uditori o lettori era rimasta a parassitare negli angoli muffosi della mia mente (che starebbe a dire il 90% dello spazio utilizzabile dalle mie personali risorse di sistema).

Premessa.

Dovete sapere, per chi già non ne fosse a conoscenza per averlo studiato sui sussidiari delle elementari, che uno dei massimi canovacci espressivi proprio della mia terra natia, e punto di merito nell'essere sardi, è l'impegno esoso a mistificare le proprie possibilità economiche. È possibile che faccia parte della cultura locale, così come (e io propendo per questa tesi) è possibile che ne venga impiantata e dunque imposta l'esigenza psicofisica tramite un imprinting manesco ma, almeno, feroce.


Il fatto.

Un tizio non molto in arnese, almeno esteriormente, con aria tirata e dimessa come se avesse dovuto cacciar ratti, invece che dormire, per potersi sfamare (e non fosse comunque riuscito a prenderne che la coda), colorito da malattia, aspetto trascurato e piglio da profugo triste perché non è più triste come un tempo.
Si barcamena, quasi in modo lamentoso, mentre scambia qualche parola con i compagni di istante, apparendo ancor più smunto e inerme al momento di avvicinarsi alla cassa per saldare il costo del pasto (tre sue portate contro una sola a testa degli altri due).
Gli altri si guardano indecisi, lo guardano come si potrebbe guardare un cane senza una zampa e munto dalle zecche che tenta pietosamente di alzarsi in piedi, mentre in realtà il tristo individuo armeggia con studiata lentezza con un cencio che dovrebbe essere un portafogli; il volto contrito di costui mentre sembra desolato nel rimestare un vuoto che nessuno potrebbe sospettare non essere tale per caso.
Prosegue la sua sapiente ricerca del nulla nel vuoto borsello mentre, sempre tra il rassegnato e il triste, emette qualcosa del tipo “eh, non so se ho cambio... ultimamente non ho mai molto denaro a disposizione...”, mentre gli altri hanno già da tempo emesso il samaritanevole verdetto che lo manlevava da ogni dovuto saldo nei confronti del locandiere “ma dai, si divide uguale tra tutti... Anzi – fa uno – metto io un po' di più” .
I compari di sventura, colti nel vivo dalla perfetta pantomima, cascati in perfetto stile allocco nella nassa ormai collaudata del vitello magro e in dichiaratamente costante stato di indigenza, mostrano un'espressione tra il paladino soddisfatto (per il gesto di generosità appena compiuto) e il gallo appena castrato (perciò, ormai, nominato “pollo”).
Svolto il fatto, il nostro Oscar come miglior nullatenente protagonista, campione certo di incassi,si intrattiene con i due normalissimi (in questo caso, erano anche un po' meno che normali) amici in un discorso denso di fattori contrastanti con quanto appena avvenuto e dichiarato, un qualcosa di questo genere:
“Oh, ragazzi, magari ci vediamo la settimana prossima. Domani devo andare vendere la mia auto ad uno sfigato di ...(paese in provincia del capoluogo). Spero che il nuovo fuoristrada (non ricordo che marca e modello ha detto, ma ricordo bene la faccia di uno dei due suoi compari) arrivi a giorni perché mi rompe andare con i mezzi (intendeva quelli pubblici). Questi giorni sto usando – detto sbuffando con aria scoglionata - la... (nome di nota casa automobilistica tedesca, non altrettanto nota per la convenienza delle sue vetture) di mia madre... è una palla per il parcheggio (ah, ecco perché sbuffava, beh lo capisco), e poi (aggiunta fatidica) consuma troppo” – lo sguardo corre sconsolato nuovamente alla tasca che custodisce il deserto portamonete di prima.
Seguono commenti spezzettati, forse perché messi alla prova da un leggero imbarazzo o dalla consapevolezza di aver commesso nuovamente il solito errore, da parte dei due compatrioti.
Il vitello magro ora non più così tanto magro rilancia con un'ultima rivelazione, prima di scomparire stancamente:
“Se volete passare a ...(nome di nota località sul mare, luogo di ville tra le meno economiche sul territorio) questo fine settimana, io sono li. Magari portate qualcosa così ci organizziamo (eh beh, mica vorrai andare a mani vuote?!). Dai che torno a casa... Oh, sto abitando da solo”“Ma dove?!” (lo interrompe perplesso uno dei due samaritani che, evidentemente messi insieme due o tre fattori, non riesce a far tornare il prodotto). Eh – risponde il vitello, ora sempre più grasso – nel mio appartamento. Non te l'avevo detto che sto vivendo in via ... (via non proprio del centro città, ma abbastanza prossima al centro da essere considerata tale) già da un annetto...- ancora sguardo contrito – Una palla stare da solo... meno male che non devo pulire tutto io altrimenti” – segue mostra del dito medio con aria in volto ricca di ovvia condivisione per il concetto appena espresso.

I due rimangono li mentre il volpone esce satollo, e cominciano a commentare su quanto siano pirla loro e quanto possa essere probabile che uno che passa da un momento difficile ad un altro possa essere, al contempo, anche così ben dotato. Probabilmente concorderanno che quanto accaduto non sia mai realmente avvenuto, si prometteranno complicità vicendevole e di non riferirlo mai a nessuno. Includeranno, credo, la consapevolezza che al prossimo incontro la cosa si ripeterà e loro ricominceranno a credere al povero vitello, prima di rivederlo nuovamente ricoperto d'oro e, ancora nuovamente, con la propria benevolenza in ritardo sul buon senso (sempre il loro).

La questione.

C'è una cultura tipica, da queste parti, che impone di capovolgere continuamente le proprie reali disponibilità economiche, in un senso così come nell'altro. Questo avviene sia in modo discreto e, tutto sommato, non dannoso, che in modo deprecabile e vergognoso.
Naturalmente ciò che più mi colpisce è il metodo deprecabile.
Si arriva a veri eccessi, addirittura fino all'autolesionismo.
Famiglie che potrebbero vivere con grande agio, almeno in privato se non desiderano il pubblico, si makuppano ad uno stato di indigenza tale che nemmeno quelli che stanno male sul serio riescono ad eguagliare. Il vero povero (anche quello che non è povero, ma che fa fatica) è meno autentico e credibile, se vogliamo metterla così.
Queste persone arrivano a privarsi di cose utili, magari anche a costo della salute, a vestire-mangiare-bere di merda quando chi li conosce potrebbe vederli, a non avere mai il tanto in tasca per un panino o un bitter annuale con gli amici, a dichiarare costantemente di non avere una lira anche se lavorano da15 anni come dipendenti di se stessi e parlano con un disoccupato cronico che vive in affitto in una stanza. Il bello è che riescono a farsi offrire la cena proprio dal disoccupato cronico che vive in affitto, il tutto senza il minimo pensiero.
E se si fa un viaggio insieme con la loro auto (quella “pubblica” fa cagare, in genere) ovviamente si divide la benzina, beh perché costa... che cazzo!
Sia mai che si sappia dei terreni, delle proprietà, dei beni di lusso stipati in banca, di quel cane di razza purissima fatto venire apposta dal Giappone, della collezione di collezioni di monete antiche o di nani da giardino di platino ricoperti di gesso.

Babbei quelli che ci cascano, forse, e il mondo sarà pure dei furbi, probabile, ma esistono sempre i ladri... che Iddio li abbia in gloria.



Postato da Volf alle ore 19:12 | commenti (9) | commenti (9) (Pop Up)
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sabato, 26 gennaio 2008



Rieccomi qui, come se niente fosse e con tanto di faccia di legno.
Saltando i plausibili preamboli, passiamo subito al sodo, ovvero quanto è bello essere cliente in Italia (e, in particolare, in Sardegna).
Sia ben chiaro, non voglio che ci siano possibilità di fraintendere, perciò quando scrivo “cliente” intendo sia che entriate in un negozio, sia che vi accostiate ad una bancarella o, infine, quei casi in cui chiamate un centro di assistenza telefonica.
Stabilito il vostro status, possiamo procedere con la questione.
Come dicevo, essere cliente in queste terre ha un gusto tutto particolare: non saprei come descriverlo esattamente, è un aroma speziato, giusto un po' piccante, con un retrogusto acido... non so, avete presente il letame? Si, più o meno una cosa del genere.
Del resto, è anche un ruolo che difficilmente ci è possibile evitare almeno una volta al giorno.
Beh, a meno che non siate tra quei fortunati che lasciano a terze persone (chissà perché si dice “terzi”!?) le incombenze del rapporto con i fornitori di beni&servizi, vi tocca essere clienti.
In realtà, sorvolando sugli aspetti eminentemente economici del ruolo, questa condizione non implica in sé niente di spiacevole o negativo. Questo fino a quando non si decide di mettere in pratica il concetto teorico.
Come sempre, quello che vi fa buttare nel cesso anche la parte interessante e positiva di una giornata qualsiasi sono gli altri esseri umani, in questo caso il commesso e/o fornitore di turno.
Niente, per farla breve quando venite identificati come “clienti”, il commesso e/o fornitore di beni&servizi attiverà immediatamente un' interfaccia con queste basi:

  1. Fase saluto, con opzioni:
       a) ignorare con la più assoluta freddezza, magari anche con un pizzico di disprezzo (il cliente lo conquisti da subito, trattandolo male lui pensa che in realtà tieni tanto a lui, ma sei troppo sensibile per far vedere che sei sensibile);
      b) fare la faccia che può solo significare che con il vostro arrivo avete interrotto qualcosa di particolarmente urgente e significativo;
      c) fare la faccia che esprime “e questo com'è entrato in casa mia?”;
      d) “Salve” (se vi va bene).

  2. Fase di orientamento:
      a) ignorare, con la più assoluta freddezza e con un certo fancazzismo esistenziale;
      b) fissare il malcapitato (che si guarda intorno) con fare allarmistico e con intensità crescente, sul modello “oddio è entrato un bambino impazzito, enorme, probabilmente armato e affetto da cleptomania e tendenze violente”;
      c) sbuffando, rivolgervi un lento “se ha bisogno di qualcosa...” senza continuare perché sa che gli direte che state dando un occhiata... che glie lo diciate o meno;
      d) stordirvi con 200 domande, una sola delle quali avrà come oggetto la merce venduta.

  3. Fase di richiesta. A conti fatti, e dopo esservi fatti gli affari vostri in giro, oppure semplicemente se avete saltato la fase 2 (magari perché avevate già le idee chiare) eccovi alle prese con la vostra nemesi. Potreste dire cose come:
    a) Vorrei questo;
    b) Tra questo e quello non saprei quale prendere, un consiglio?;
    c) Non è che per caso avete un trasfallione con stream di input con la bufferizzazione di outstream? Chiedo perché non ne ho visto uno esposto e magari lo avete comunque;
    d) Tenete i soldi, decidete voi cosa darmi, a me non interessa.

  4. Fase di risposta.
    Questa è una fase particolarmente delicata, nella quale emergono tutti gli aspetti critici della situazione e del ruolo che, peggio per voi, ricoprite. Ecco, in base alle richieste di cui sopra, le reazioni del commesso e/o fornitore:
      a) (con fare un po' snob e un po' da maestra d'asilo)
         “SOLO questo?”
         “Ma è proprio sicuro?” 
         “Non è che poi ritorna e lo vuole cambiare, eh?” 
         “Certo non si è sprecato!” 
         “Vabè, se proprio ci tieni, toh!” 
         “Lei è qui perché vendiamo la merce migliore, noi siamo i migliori... so che ritornerà presto... veda di ritornare, capito!?”;
      b) Con fare da
    sergente Hartman (cliccare per il contributo audio). 
    Ma anche, con fare amichevole “Fossi in lei prenderei questo – indicando il più caro in assoluto – si è vero che costa un po' di più, ma lei sa bene che più caro equivale a migliore... - inarcando un sopracciglio – non sarà mica di quelli che vogliono prendere le cose peggiori?!” - gli sfugge una lacrima perché ha compassione di voi o di chi vorrebbe, ingenuamente, risparmiare;
      c) “Se non lo trova esposto non esiste” (memorizzate bene questa risposta);
      d) (con sorriso di Giuda) “La amiamo maledetto bastardo, ora la riempiremo di facezie e complimenti bavosi fino a quando non sparirà dalla nostra vista e dal nostro udito ormai privo di ogni moneta. Si vabè, però comunque non è che ora si monta la testa eh.... mica esiste solo lei! Ma comunque è un adorabile cliente qualunque, ritorni presto, ma non troppo che ci causa un grosso stress”.


Ora, la fase di richiesta in cui effettivamente avanzate una domanda che prevede una precedente attività di informazione da parte del cliente, ovvero quando andate li con le idee abbastanza chiare, da queste parti vede non di rado contrapposto un atteggiamento di diniego filosofico e, contemporaneamente, infantile ai limiti della ragione umana (e animale).
Provate a chiedere qualcosa che non è presente o anche facilmente percepibile con una ricerca superficiale, e quasi certamente vi verrà risposto che quello che cercate non esiste.
Non c'è tentennamento, non c'è esitazione o un'onesta dichiarazione di ignoranza, del tipo “guardi, non lo abbiamo ma se le interessa posso chiedere in magazzino o informarmi presso qualcuno che ne sa più di me”. No.

Ora, ecco cosa vi potrebbe capitare se andate a chiedere informazioni su un prodotto specifico:

Commesso: No guardi, non è possibile.
Cliente: Come scusi?
Commesso: Che non è possibile, non ho mai sentito parlare di questo prodotto.
Cliente: Non crederà che me lo sia inventato?
Commesso: (con aria di sufficienza e fissandovi scettico) Boh, non ne ho idea [cioè “si, te lo sei inventato”], comunque è difficile che lo trovi.
Cliente: Ma lei come sa che in altri posti non si trova?
Commesso: Se non lo abbiamo qui....
Cliente: Le assicuro che mi sono informato, non è certo un prodotto raro.
Commesso: Mai sentito, non credo che esista.
Cliente: Cioè, lei non lo conosce e quindi non esiste?
Commesso: Non esiste.
Cliente: Ma guardi... la smetta per favore. Se le dico io che questa cosa esiste...
Commesso: Lei non esiste...
Cliente: ...

 



Postato da Volf alle ore 00:38 | commenti (14) | commenti (14) (Pop Up)
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lunedì, 19 novembre 2007



Una mattina, in viaggio verso la città.

Post-Game: Guardate attentamente le foto.
Tra gli alberi si nascondono alcuni piccoli intrusi.
Riuscirete a scoprire quali?
Provate, resterete piacevolmente sorpresi!

eolico02

eolico03



Postato da Volf alle ore 15:09 | commenti (31) | commenti (31) (Pop Up)
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martedì, 13 novembre 2007



In un momento di eccessive reazioni, di inefficienze e di interpretazioni semplicistiche, rispolvererei simbolicamente un'antica frase

"Oh Nerone, guarda, Roma brucia..."

E si potrebbe aggiungere "Peccato che anche i romani non brucino con essa".

Comunque, tranquilli, il nostro governo sta prendendo in seria considerazione l'ipotesi di risolvere i futuri problemi di ordine pubblico sostituendo tutti gli agenti di sicurezza con nuove unità, clonate da un unico e selezionato donatore:

tyson

 



Postato da Volf alle ore 13:59 | commenti (15) | commenti (15) (Pop Up)
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